Giornale di Brescia 2-10-97. Tonino Zana

L’artista più segnatamente in oggettivo; la usa visionarietà spiccata lo ha condotto ai confini dell’astrazione, dove ciò che si vede non è ciò che obiettivamente è’. Le sue composizioni hanno ritmi concitati,’ fluidità e dinamismo, ed accolgono grovigli grafici e viluppi cromatici dall’indubbia natura biologica: visceri, sangue, nervi e fibre, carni lacerate anatonùe straziate. 0 altro? Sono comunque immagine inquiete, vorticose, gremite di segni eccitati e risoluzioni pittoriche avvolgenti e reticolari. Esse sono fondate su una radicale ambiguità percettiva ed assumono drammaticità impietosa grazie a un trattamento materico che produce impasti visivi violenti sollecitati peraltro da una luce che inonda lo spazio o che squarcia a tratti con bagliori guizzanti e improvvise accensioni le cupe atmosfere mentali evocate dall’artista. Le ‘figure’ di Tramonta sono mostruose metamorfosi della realtà, vere e proprie deformazioni del nostri senso della realtà, alchimie composite elaborate in quei territori dove la fantasia si scontra con la coscienza critica (e Preoccupata) e la visionarietà (limite estremo della coscienza) con la dimensione del sogno o, ancora meglio, dell’incubo collettivo. Pietro Tramonta, valtrumplino, di vena ringhiosa e surreale, almeno all’apparenza, visto che dice di sé, subito, che la materia è domabile e lo spirito veglia, in qualche modo, sulle bizzarrie del cervello, tentato proprio e sempre dalla materia. Lo spirito è sentinella e infine mette in salvo. Pareti autunnali adatte, quelle di Damiano Palumbo, per stabilire armoniose sottese all’incombente surrealismo di Pietro Tramonta. Un’espressione autunnale, dell’autunno alto quando la stagione s’ingroviglia e i marci e i freschi s’imbrogliano fino all’apparire definitivo e castigante dell’inverno. Tramonta è magmatico, della schiera dei magmatici che si risolvono a valle secondo un letto finalmente agibile: il fuoco e le tenebre si consegnano al primo purgatorio marino, niente inferni finali, tutto si è scontato prima, nella lotta del vortice e delle misteriose nature strangolate con il veleno spiritoso e spirituale del colore, e della forma che lo ingabbia; secondo Tramonta, per un tempo di cura e di bellezza, infine lo libera al suo originario essere libero e fluido nelll’aria. La composizione di Piero Tramonta, in un certo senso, ha una sofferenza che alza la sua febbre eppure conosce già con precisione la struttura dell’antidoto: quasi si fa del male, incupisce per una purificazione estrema, ma salutare. C’è un percorso dal disordine, all’ordine che risente di una classicità mitologica, fors’anche del richiamo valligiano della poesia antrale, in cui prima c’è l’incontro con il mostro, quindi il duello, la sua morte e il sangue riconquistato delle vittime che ti porta via al sicuro, accanto alla casa che hai lasciato per via di una prepotenza di cui il mostro era il garante. Psicanalisi della forma, insite una certa critica, surrealismo di stampo onirico. Eppure nei suoi quadri appare un dolore che non si sente fuori dalla veglia e stupisce la sua riduzione a un ‘fuori reale’ affabulato, in tramortimenti superficiali, consumistici.Al supermercato delle vanità non si reperisce la fumiggine del pittore bresciano. Si sente odor di bruciato, un po’ di carne se ne va con l’opera. Inevitabile, se c’è passione. Piero Tramonta interpreta con la pittura il conflitto permanente dell’esistenza. Potrebbe adagiarsi sulle neutralità del ciclamino, il fiore di campo della sua infanzia, ma preferisce inoltrarsi nel labirinto delle cose che rinascono quotidianamente incomprensibili con l’arma di una buona coscienza e il rispetto dell’ignoto. Appunto secondo movenze odissee. Paziente al pericolo degli agguati e delle tele orlate di giorno e disfatte la notte. Innocente alla luce, accorto alle direzioni dei grigi, alla parte di grigi avversi.

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