Presentazione di Giubana Galli. Aprile -1992

Itinerario artistico di Pierino Tramonta In principio, era una visionarietà nordica, nella produzione figurativa di Pierino Tramonta, con vaghe affinità stilistiche con la pittura fiamminga, per l’empatico affastellarsi asfittico di figure, forme, oggetti, motivi, per esorcizzare I’ “horror vacui”. Un biblico “cupio dissolvi” emana da personaggi tetri, che si stagliano a tutto tondo, su fondi pregnanti, in cui l’artista sfoggia un apparato scenografico, solcato da presenze elusive, in un habitat controriformistico, in cui si insinuino inquietanti fantasmi, mentre sfila un repertorio di strumenti e marchingegni di una messinscena metafisica, incapsulata in interni, fasciati di un’atmosfera assorta, come se evocassimo simulacri di oggetti, conservati sotto teca, in un sospetto di eternità, che rasenti la simulazione teatrale. Ma le figure grottesche, gli apparati di lugubre fascino barocco, son quelle dell’orda infernale: ne fanno fede i demoni, sgangherate comparse ghignanti, proiezioni dell’ “altro da sé”, che rammentano Ensor e Munch. Ma la compattezza di personaggi pregnanti, stagliantisi su scenari apocalittici, esaltata da una tavolozza materica di espressionistici colori primari: certi rossi accesi, toni cupi e bituminosi, è compromessa, sino a rasentare la materializzazione, rivelando l’atomizzazione lenticolare delle fibre di queste anatomie disgregate, per l’apporto di un segno fluido e danzante, che si snodi, come nastro fluttuante, in un viluppo di volute. E’ un tratto dall’andamento sinusoidale, in un brulichio di segmenti obliqui e aguzzi, come frammenti acuminati di un vetro infranto, a intaccare forme solide e volumi netti, dai contorni nitidi, sfaldati in particelle, propagate capillarmente nello spazio. La metamorfosi dispiega il suo influsso infido ed effimero sul dato sensibile, per ambiguità percettiva, ibridazione formale e deformazione di oggetti sconnessi, alterazione di forme sconvolte e stravolte dall’osmosi, con trapassi allucinatori e ambivalenze di visioni fantastiche di una labile apparenza di ombre cangianti, come le intese Giordano Bruno in “De Umbris idearum”. Si registra un impercettibile lavorio nella parcellizzazione molecolare delle forme scardinate, in un’alterazione dell’assetto composilare , con dislocazioni su diversi piani, con uno stordimento visivo, per effetto dello spaesamento onirico di derivazione surreale, per un ductus febbrile che si annette spasmodicamente territori dell’inconscio, estendendosi a tutto il piano formale. E’ una disseminazione segnica, in una propagazione ondulatoria, in scansioni non euclidee, per il ritmo forsennato di un tratto, che si avvolge in ellissi, si dispone in gangli, reticoli, vortici stordenti e vertiginosi, come sismografo di pulsioni e vettore di simboli: ci si addentra in una ridda ridondante di una stenografia fluttuante. E’ un brulichio assillante di forme ambigue e allusive, annodate in trame lievi di segmenti esigui, disposti a nastri, lamine, in cui s’appuntino frammenti materici come reperti e relitti di forme, galleggianti alla deriva del mare esistenziale. Si è catapultati tra una folla di forme eterogenee, asserragliate in un duplice assetto, impaginato su un asse cartesiano spazio-temporale, limite invalicabile alla proliferazione inconsulta di forme e segni. Queste composizioni gremite si stagliano su sfondi sfolgoranti di una luce allucinante e algida, da acquario, e son sconvolte da un turbinio di tratti, intricati in grovigli, meandri tortuosi e fuorvianti di un labirinto grafico. Nelle tele attuali di Tramonta, una luce fervida sgorga a fiotti da una polla di chiarore, affiorante dal “fuoco” della composizione, animando tempere radiose, intrise di bagliori, accensioni cromatiche intermittenti negli scatti timbrici, in brividi pulsanti. Oppure son vivide incasellature, come tasselli di un mosaico ammiccante, attuate con la tecnica raffinata e insidiosa dell’acquerello, traduzione baluginante di una fluidità e immediatezza esecutiva, che non concede ripensamenti, né correzioni. Ci si cala in un’atmosfera straniante e sconvolgente, da sogno ad occhi aperti, soffuse del flou di un algido alone opalino, che intacchi i contorni di sagome, dilaniate a brandelli, nervature, filamenti, impunture di diramazioni estenuate, rabberciate in punti di sutura, che ci fanno percepire l’ordito segreto della struttura, disgregata in gomitolo filiforme, che si dipani in matasse ingarbugliate di segni sinuosi, disposti in assetti centripeti, in torsioni volumetriche, animate da piglio gestuale, che ne alteri la disposizione. Assistiamo ad una sorta di “Strem of consciousnee”, flusso di coscienza, che faccia affiorare dall’abisso dell’inconscio, alle soglie della percezione, spezzoni di eventi remoti, con il montaggio arbitrario dei flash-back, in un procedimeto associativo mnemonico, varato dallo psicologo W. James e collaudato in letteratura, senza seguire una trama cronologica, ma localizzando spezzoni di eventi significativi, alterati dalla lente ovattata della memoria, da Proust, Virginia Woolf, Joyce, per descrivere episodi, investiti di carica emotiva, secondo le valenze discroniche del tempo bergsoniano.Tramonta si serve dello stesso procedimento simbolico, per enucleare frammenti cangianti del dato sensibile, assimilabili sul piano affettivo, avvicendandosi sul filo smagliante dell’evocazione lirica, rifrangendo barbagli policromi, propagando echi di suoni, tradotti di gamma cromatica, secondo la lezione di Kandinski. Questa pittura simbolica è metafora caleidoscopica, allegoria di emblemi, che si staglino su uno scenario primario. Le opere, stipate sino all’inverosimile di forme eterogenee, pur ridotte a lacerti guizzanti di strutture, presentano ancora fondi, costellati di fasce di tratti animati. La composizione alleggerita, le figure, si son ridotte a sagome sintetiche, protagoniste discrete dell’avventura estetica. Son tele macroscopiche e radiose, come fondali scenografici; assistiamo come testimoni involontari a un grande Opus alchemico: dall’Opus Níger, assimilabile al magma materico, in ebollizione nell’Athanor, crogiolo cromatico, in cui si compia la metamorfosi della materia. Attraverso diverse mutazioni e gradazioni cromatiche, si giunge alla sublimazione, simbolizzata dallo sfolgorio dorato della pietra filosofale. Ingìedienti di queste operazioni alchemiche, messe a punto dall’artista, son spezzoni di figure, ridotte a profili vibranti, oggetti smaterializzati, fino a divenire contorni di forme virtuali. Questa rarefazione formale è l’ultima fase di un rito alchemico: “Solve et coagula”. La materia si depura di ogni scoria, per tradursi in pura luce. t una stesura avvincente, a intridere queste opere sintetiche di tacche di colore smagliante, poi disincarnato in rarefatte campiture di pittura tonale; sono scampoli cromatici, animati dall’alternarsi di toni freddi, come certi azzurri tenui e verdi acidi e colori caldi, come i rossi vividi delle calde compagini, affocate da sprazzi di una solarità che si riverbera in un fosforico spolverio pulsante, in cui si librino assorte affabulazioni liriche.

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